Il problema del “chilometro zero” che la scienza mette in discussione

Una cassetta di pomodori al mercato profuma di casa e di fiducia. Ma se l’obiettivo è ridurre l’impronta sul clima, la storia dietro quel profumo è più complessa di quanto sembri.

Il problema del "chilometro zero" che la scienza mette in discussione
Il problema del “chilometro zero” che la scienza mette in discussione

Sabato mattina, sacchetto di tela e passo lento tra le bancarelle. Il venditore mi chiama per nome, racconta del temporale della notte. Il chilometro zero ha questo fascino: mette al centro le persone, la terra, la memoria. È un gesto che fa bene al quartiere e, spesso, alla qualità. Ci si sente dalla parte giusta. Eppure, in sottofondo, resta una domanda: quanto pesa davvero tutto questo sul clima?

Scegliere locale resta importante. Sostiene i piccoli produttori, favorisce la biodiversità, riduce passaggi inutili in filiera. Avere cibo fresco e varietà locali è un valore culturale, oltre che gastronomico. Ma se guardiamo solo alla distanza, rischiamo un abbaglio. Non sempre il prodotto “vicino” è quello con la minore impronta di carbonio. Dipende da come e quando è stato coltivato.

Quando il trasporto non è il colpevole

Gli studi di Life Cycle Assessment mostrano che la fase in campo e in stalla pesa molto più del trasporto sulle emissioni di gas serra. In media, il viaggio incide una quota ridotta del totale, spesso sotto il 10%. Fa eccezione il trasporto aereo, che ha un impatto enorme per chilogramro e chilometro. La nave è sorprendentemente efficiente, i camion stanno nel mezzo. Per dare un ordine di grandezza: le navi container emettono poche decine di grammi di CO2 per tonnellata-km; gli aerei centinaia, anche oltre mille.

E poi c’è la stagionalità. Un pomodoro locale di febbraio, cresciuto in serra riscaldata, può emettere più di un pomodoro estivo arrivato su gomma da una regione mite. Lo stesso vale per le fragole invernali. Al contrario, un sacco di legumi secchi che ha viaggiato per mare può avere un impatto bassissimo per porzione. La regola pratica è semplice: evitare ciò che vola e ciò che richiede calore artificiale fuori stagione.

Il tipo di alimento conta ancora di più. Un chilo di carne bovina può generare decine di chili di CO2 equivalente; le verdure e i legumi stanno spesso sotto l’unità. Qui il chilometro non sposta la sostanza: sposta la scelta.

Cosa scegliere davvero al supermercato

Io faccio così: compro locale quando è di stagione e ben coltivato. Evito prodotti freschi importati per via aerea (asparagi a marzo da molto lontano, bacche fuori stagione). Non inseguo la perfezione, inseguo pattern utili. Scelgo una dieta più vegetale, vario i cereali, tengo i legumi in dispensa. Se posso, vado a piedi o in bici: un breve tragitto in auto per “fare la spesa etica” può annullare il vantaggio del vicino.

Conta anche la conservazione. Lunghi mesi di cella frigorifera pesano. Meglio poca scorta ben pensata, più acquisti ravvicinati, e prodotti che reggono bene senza eccesso di energia. Quando il prezzo è simile, la scelta locale resta la mia prima opzione: freschezza, gusto, legame con il territorio. Ma se il clima è il parametro, do priorità a metodo produttivo, stagione e categoria alimentare.

Il chilometro zero non è un mito da smontare, è un tassello da rimettere al suo posto. Vicino non significa automaticamente “più verde”. Forse il vero “zero” non è la distanza, ma la distanza mentale tra ciò che immaginiamo nel piatto e ciò che davvero c’è dietro. La prossima volta che allunghi la mano, cosa stai premiando: la mappa o la stagione?

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